“Ogni donna ama un fascista” recensito da Antonio Gurrado
“Ogni donna ama un fascista” nella recensione di Antonio Gurrado per BooksBrothers.
S’intitola Ogni donna ama un fascista, ma la raccolta di poesie di Gemma Gaetani (Vallecchi) non va derubricata come florilegio degli istinti amorosi più reazionari, né va solo utilizzata quale specchio di vera penitenza per ogni maschio che finisca per riconoscersi in almeno uno degli improperi elencati nelle venti pagine della lirica centrale del volumetto, dedicata “agli uomini non veri”. Indubbiamente la Gaetani mira a dilatare la distinzione fra maschio e simil-maschio, ampliando la discriminante in cui “uomini veri fanno a pezzi / l’idea corrente di uomini mezzi”; e la sua vittima è l’homunculus postmoderno, che manda sms sdolcinati all’amata intenta a cambiare una ruota forata senza che nessuno l’aiuti. La Gaetani intende scavare un solco senza ponte levatoio fra sé, “furiosa come un tetro temporale”, e questi uomini “dimentichi del fatto che il gatto adulto quando possiede la gatta / la tiene per il collo con i denti”.
Questa distinzione è tuttavia il corollario della vera sezione decisiva della raccolta, in cui la Gaetani affronta di petto il lavoro quotidiano in ufficio: “Non muta la sostanza coi governi: / i miei stipendi gli unici ritorni / di mesi lenti e ghiacci come inverni”. Per realizzare il “post femminismo” che rivendica bisognerebbe introdurre un 100% di quote azzurre: “La donna che lavora è un controsenso. / Non è rivoluzione, è involuzione. / Con gran sincerità, io questo penso / e per me è un dogma, non un’opinione”. Il lavoro – specie se lontano dalla casa d’origine, specie se inchioda tutta la giornata a un metrò e a una scrivania – sottrae alle donne la vita familiare: le priva del passato (come la collega che parte da Milano perché il babbo è malato e arriva a Roma quand’è morto) ma anche del futuro, di “un uomo antico, antimoderno” che, vagheggia la Gaetani, “mi avrebbe messa a casa / a lavorare, certo, ma per lui / e la famiglia, e io mai sarei evasa / e i miei occhi non sarebbero bui”.
Così si spiega perché all’inizio di Ogni donna ama un fascista campeggino tre pagine di elogio della mammella (“Latte per la Patria”): in essa la Gaetani identifica la femminilità più che nell’organo riproduttivo, che non è unico ma complementare, concavo dove il maschio è convesso. Invece, grazie alla contemplazione della mammella, l’uomo si ricorda “di essere un mammifero / un animale maschio” e trae l’istintiva conclusione che, se è stato figlio e allattato, dovrà prima o poi sbrigarsi a essere padre regolandosi di conseguenza: trovare una donna, crearle attorno un ambiente da proteggere col proprio sudore e impedirle di lavorare fuori casa. Così per gli uomini veri il complicato incastro fra pene e vagina diventa effettiva unione fra uomo e donna, sancita dal sillogismo secondo il quale, se lei può allattare e lui no, lui deve lavorare e lei no. Il mezz’uomo, al contrario, quando non è gay è per lo meno femminista. Magari passa le ore davanti a siti porno, macerandosi di colpe che gli restano sospese nel nulla dell’animo perché si professa pure compiaciuto ateo, e inconsapevolmente opera una scissione assassina: riconosce al seno femminile un valore erotico ma asettico, bidimensionale, appunto da sito porno, e gli nega il valore definitivo e nutrizionale. Di conseguenza ritiene che la donna possa realizzarsi solo sterilizzandosi per fare carriera e non già allattando il figlio dell’uomo che le porta i soldi a casa; e, per provarle quanto la rispetti, al ristorante può lasciarla pagare tutto il conto invece che metà.